Iniziamo oggi con il primo di una serie di due articoli scritti da Aldo Agostini, dedicati alle prospettive del terrorismo nell’epoca del post 11 settembre
L’11 settembre scorso abbiamo tutti rivisto le immagini dell’attacco alle Torri Gemelle, dopo vent’anni da quell’accadimento. Pochi giorni primae, avevamo assistito, in diretta, alla disastrosa caduta di Kabul.
Neglia anni successivi, la memoria collettiva dell’attacco alle Torri ha simboleggiato la nuova minaccia jihadista che allarmava l’Occidente, quest’ultimo smarrito e spaventato dopo circa un decennio di teorizzazione di Fine della Storia. Altro che teorizzazione della supremazia degli Stati Uniti nel Mondo a venire: il paese a stelle e a strisce e i suoi alleati stavano per essere trascinati in una guerra difensiva che, come per il Vietnam, non poteva essere vinta, più per fattori geopolitici, che militari.
In realtà, i prodromi (qui e qui) di una nuova strategia di Terrore rivolta verso l’Occidente si erano già manifestati chiaramente, ma sta di fatto che gli USA, in primis, e l’Europa, in secondo luogo, si fecero trovare ampiamente impreparati.

Come risposta gli USA e, al suo traino, il Mondo Occidentale hanno condotto la “guerra al terrorismo” che però, nonostante importanti successi, in sostanza non ha consentito di eradicare non solo il terrorismo jihadista in generale, ma nemmeno Al-Quaida che, anzi, sta pericolosamente rialzando la schiena.
Peraltro, il ciclo nato con l’11 settembre, con la conseguente reazione americana, chiusosi in maniera ingloriosa, prima, con l’abbandono dei curdi in Siria e, poi, in Afganistan a fine agosto scorso, può essere correttamente interpretato esclusivamente alla luce dei grandi fattori che, variando nel tempo, hanno influito in modo fondamentale sul terrrorismo.
Analizzare cosa è effettivamente successo è uno strumento fondamentale per ipotizzare il futuro della lotta al terrorismo.
Stati e Terrorismo
Quasi sempre, dietro un fenomeno terroristico, esiste una entità statuale che, più o meno direttamente, lo aiuta e foraggia, allo scopo di indebolirne altre o ampliare la propria influenza (es: Hezbollah, Polisario), ovvero, semplicemente, non la contrasta per non incappare in serie conseguenze sul suo territorio (Dottrina Mitterand).
Deve essere altrettanto chiaro che, sia il terrorismo che l’insurrezione, sia pure in misure e a condizioni diverse tra loro, debbono basare la propria azione in un consenso più o meno vasto, diffuso almeno per alcune fascie sociali (etniche o linguistiche), economiche, ideologiche o religiose. In particolare, l’insorgenza richiede fasce molto più ampie della popolazione, mentre il terrorismo può avere una base molto più ristretta ma, comunque, entrambe devono essere fondate sull’omertà che protegge i gruppi operativi.
In particolare, le azioni dirette, semplicemente, a far scoppiare terrorismo o insorgenza, quando non basate su problematiche reali, sono quasi sempre destinate a fallire. Non a caso Che Guevara ha trovato la morte, cercando di innescare la guerriglia in Bolivia, mentre per cultura e condizioni economico-sociali i contadini boliviani non dimostravano alcun interesse nella sua azione. Un altro caso tipico è stato quello dello sbarco della Baia dei porci a Cuba (sempre in tema di insorgenza, qui e qui altri casi).
Terrorismo e autonomia dagli stati
Rispetto al quadro già descritto, esistono alcune rilevanti eccezioni circa la classica influenza degli stati sul terrorismo, quali quelle degli attentati di Oklahoma City, in Norvegia e di Christchurch, legati alla destra fondamentalista, ovvero altri soggetti a ispirazione religiosa o filosofica, quali quelli del gruppo Aum Shinrikyō.
E’ importante rilevare che, in tempi recenti, i social media e la diffusione delle fake news hanno avuto un ruolo veramente rilevante e che non possono essere considerati infondati i sospetti occidentali circa il fatto che si soffierebbe sul fuoco, da parte di entità statuali ben conosciute (qui per approfondimenti).
Teniamo, per ora, a mente questo aspetto, per riprenderlo nella seconda parte dell’articolo.
Terrorismo e Guerra Fredda
Fino alla caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il terrorismo, sia locale che internazionale, oltre a innegabili fattori endogeni, ha trovato i suoi fondamentali fattori di sviluppo e funesta prosperità nell’esistenza di un mondo diviso in due blocchi, dove quasi sempre, indirettamente o semplicemente a causa di fenomeni collaterali, le organizzazioni sovversive o i loro componenti trovavano rifugio, addestramento o supporto logistico grazie a paesi in prevalenza vicini al blocco sovietico.Ovviamente, non va dimenticato che non sono mancati casi di organizzazioni della destra estrema “vicine” al blocco occidentale, come Avanguardia Nazionale in Italia, la AAA in argentina e i Contras in Nicaragua (questi ultimi, tra l’altro, direttamente finanziati ed equipaggiati dagli USA).
Tra l’altro, gli stessi USA non si sono fatti problemi ad appoggiare formazioni terroristiche o insorgenti con finalità del tutto contrarie al mondo occidentale, come i mujaheddin afgani.
Va però precisato che non sarebbe corretto sostenere che l’Unione Sovietica abbia promosso il terrorismo, in quanto non esistono prove per sostenerlo. Ma gli organi di sicurezza del Patto di Varsavia o dei paesi a influenza sovietica hanno senza dubbio sfruttato le vulnerabilità presenti e le minacce rivolte verso l’Occidente. Le vicende del terrorismo palestinese in genarale, del terrorista Carlos, ma anche della Rote Armee Fraktion e dall’Armata Rossa Giapponese, per non parlare delle Pantere Nere, sono più che chiare e ad esse si potrebbero aggiungere una miriade di esempi che, per brevità, non richiamo.
Va anche ricordato che, quando i paesi del blocco sovietico venivano coinvolti nel sostegno ai c.d. movimenti di liberazione (spesso come reazione verso regimi repressivi, antipopolari e violenti), questi ultimi incanalavano l’azione rivoluzionaria verso la guerriglia o l’insorgenza generalizzata (dove, certo, non mancava altrettanta violenza), ma non tanto per finalità terroristiche (per tutti, si ricordi la Guerra del Vietnam e il caso del Nicaragua).
Questo perchè sarebbero state controproducenti azioni dirette a produrre terrore generalizzato, anche se, in alcuni casi (si veda il caso dei Tupamaros e del FLN algerino – qui e qui), l’azione sovversiva di gruppi di sinistra legati ai paesi dell’Est si è sicuramente sovrapposta a rilevanti fenomeni di terrorismo.
La Storia che scorre su piani paralleli
In realtà, già prima del 1989 si erano progressivamente andati delineando fenomeni e fattori innovativi

nell’evoluzione del terrorismo che, invece, non seguivano affatto la logica dei blocchi e, con la caduta del mondo bipolare, avrebbero costituito la base sulla quale si sarebbe evoluto un nuovo scenario popolato di minacce asimmetriche, spesso legate a rivendicazioni etniche, ovvero credenze o tendenze religiose.
Insomma, nella stessa fase temporale, la Storia si evolveva su piani paralleli e poco comunicanti tra loro.
Infatti, vicende come quelle dei Fratelli Musulmani, di Hamas e, soprattutto, l’insorgere della Rivoluzione iraniana (con il suo carico di terrorismo) hanno avuto l’effetto di agire durante, nonchè prima e dopo la Guerra Fredda, facendo emergere sempre più direttamente il ruolo del consenso di massa, sempre più sganciato dallo scontro Est-Ovest (sull’argomento, si vedano i risultati della prima guerra cecena e la durissima repressione russa nella seconda).
Insomma, ampi fenomeni, nient’affatto sotterranei, hanno anticipato o posticipato l’azione di alcune formazioni terroristiche, in ogni caso svincolata dal confronto USA-URSS. Tra l’altro, non si ricorderà mai abbastanza il ruolo dirompente della rivolta Komeinista che, per la prima volta, ha portato le masse islamiche -ancorchè sciite- sul palcoscenico della Storia.
Il secondo articolo della serie verrà pubblicato il 1 dicembre p.v.