La Corte Europea invalida il Privacy Shield con gli USA. Le conseguenze strategiche.

Alla Pubblica Opinione non sono chiare le conseguenze della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che invalida il Privacy Shield, cioè, l’accordo che consentiva il transito di dati personali dall’Europa agli USA.

L’argomento è noto (qui e qui qualche commento), ancorchè spesso male interpretato nel senso di un blocco quasi totale delle relazioni con gli USA (leggere qui), mentre restano ancora disponibili diversi istituti giuridici in ambito GDPR, utili per l’esportazione dei dati, ancorchè meno facili da utilizzare.

Ma non è altrettanto chiaro a tutti l’impatto globale che ha la normativa europea a livello mondiale (non solo negli USA), soprattutto in materia di Privacy.

Non a caso, alcuni articoli pubblicati sul prestigioso e influente sito politico.com (diretto al pubblco USA), avevano preannunciato la forte contrarietà degli USA alle politiche europee in materia di Privacy.

Curiosamente, in uno di essi si prospettava la volontà europea di consentire la conservazione dei dati solo in ambito EU, così come, rispettivamente, fanno regimi autoritari come quello russo e cinese.

Inoltre, dopo la sentenza, la stessa tesi è stata riproposta anche nella versione europea di politico.eu.

Chi conosce la materia, sa bene che l’Europa non intende affatto impedire l’export dei dati personali, ma garantire le medesime condizioni di sicurezza e tutela dei diritti dei propri cittadini, anche qualora i dati vengano esportati al di fuori dello spazio UE-SEE.

Il problema, casomai, è che gli altri non assicurano eguali condizioni di sicurezza e dignità di trattamento, soprattutto con riferimento ai big five del mondo Tech (Google, Apple, Amazon, Microsoft e Facebook).

E’ per quest’ultimo motivo che si tende a conservare i dati a livello europeo, ma non per assecondare misure protezionistiche dell’Europa.

Eppure, un secondo articolo, scritto alla vigilia della sentenza, riportava le posizioni anti-GDPR dell’Amministrazione Trump e, addirittura, si paventavano le conseguenze per il cybercrime.

Quanto sopra, poichè il Regolamento Europeo agevolerebbe la criminalità informatica, poichè non sarebbero più state rese disponibili per le Autorità tutti i dati personali dei titolari dei domini web (si veda la directory who.is).

Anche in questo caso, non ci vuole molto a comprendere che proprio la normativa sulla Privacy europea ha fatto fare a tutto il mondo un grande passo in avanti in materia di sicurezza informatica e che la ricerca degli intestatari (rectius: prestanome, se si tratta di cybercrime) su who.is non è certo una cosa realmente utile.

La semplice verità è che la sentenza della Corte, non a caso pervenuta dopo un lungo percorso europeo nato con la Direttiva 45/96 e poi sfociato nel GDPR (più altre normative di settore), impone importanti limiti materiali al trasferimento e al trattamento dei dati personali dei già citati big five e alle altre multinazionali americane (ma anche a quelle cinesi e molte altre emergenti in varie parti del mondo) e, per questo, di fatto si configura come un limite allo sfruttamento a fini pubblicitari, di marketing e, in prospettiva, di condizionamento dell’opinione pubblica.

Si tratta di uno standard “de facto“ che impone (con maggiore o minore capacità di coercizione, a seconda dell’azienda e delle caratteristiche del paese dove ha sede) a tutto il mondo l’obbligo di rispettare le regole europee.

Quanto sopra viene considerato dagli americani come una sorta di concorrenza sleale da parte dell’Europa, in quanto incide notevolmente sulle condizioni del mercato delle tecnologie, rivoluzionandolo.

Nonostante ci sia già chi punta a un nuovo compromesso (qui), il contenzioso tra USA ed Europa sembra essere irresolvibile e destinato a un duro scontro frontale.

Tuttavia si tratterebbe di uno scontro politico-commerciale che lascerebbe molte vittime in entrambi i campi e, soprattutto, sarebbe centrato su questioni di retroguardia.

Al riguardo, un recente articolo del Center for Strategic and International Studies, esamina lo stato delle relazioni tra gli USA e l’Europa ed esprime chiaramente gli interessi e le preoccupazioni statunitensi in materia.

L’articolo parte dal white paper sull’intelligenza artificiale della Commissione Europea, sul quale chi scrive ha avuto modo di intervenire in passato, che gli americani lamentano possa divenire un restrittivo, nuovo, standard “de facto“, sempre basato sulla normativa sulla Privacy.

Inoltre, il CSIS osserva che la Commissione intende affermare la sovranità tecnologica europea, investendo sulla blockchain, alte prestazioni e quantistica computazionale, nonchè algoritmi e tool che consentono una migliore condivisione e valutazione delle informazioni.

In particolare, gli americani temono l’annunciato “Digital Services Act” (DSA), preannunciato dalla Commissione Europea e destinato a sostituire la vecchia Direttiva E-privacy sui servizi digitali e internet.

In effetti, il Digital Services Act darebbe pratica applicazione alle regole già enunciate dal GDPR, oggi ampiamente eluse da molti fornitori di servizi digitali, a partire dai big five già citati.

Così, l’autore afferma che va evitata quella che definisce la balcanizzazione di internet e un ulteriore riduzione della tendenza all’innovazione in Europa, affermando che la frammentazione della rete non va bene sia alle aziende europee che statunitensi, nè per la crescita economica in generale.

Sempre l’articolo prende ad esempio la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che si citava all’inizio, per ribadire la necessità di una seria negoziazione bilaterale, nell’ottica di un partenariato basato sui principi di democrazia, trasparenza, privacy e libertà individuale, che sarebbero condivisi da Europa e Stati Uniti (nonostante le grandi differenze su questi concetti).

E qui la conclusione: uno stabile e saldo accordo tra Europa e USA in tema di Privacy, rappresenterebbe un utile strumento di contrasto dell’approccio della Cina alla privacy, alla regolamentazione dell’IA, alla politica di concorrenza e alla libertà di parola su Internet.

Ecco: questa è la posta in gioco. Trovare un accordo stabile non solo riguardo i flussi di dati ma, più in generale, in tema di personal data protection, per imporre alla Cina e, diremmo noi, alla Russia e agli altri paesi autoritari, le future regole del mondo digitale.

Ma gli USA saranno disposti a trattare veramente?

Nota bene: Chi legge ha già notato l’accusa nordamericana all’Europa di realizzare standard “de facto“. Verrebbe da dire che “il bue da’ del cornuto all’asino”, posto che in varie materie sono proprio gli USA a dettare gli standard (per tutti, si veda il variegato mondo AFIS).

Aldo Agostini