Il sito del Garante della Privacy ha pubblicato un Provvedimento sanzionatorio nei confronti del Ministero dell’Interno, in relazione a una delicata vicenda sulla diffusione di immagini relative al comportamento di un soggetto sotto custodia della Polizia di Stato che, ristretto nei locali di un Ufficio di Polizia, poneva in essere comportamenti autolesionistici. Tra l’altro, il soggetto dichiarava a voce di essere affetto da AIDS e di essere malato oncologico (informazioni, queste, particolari, cioè relative allo stato di salute dell’individuo).
In effetti, chi scrive lo può confermare direttamente per ripetuta esperienza personale, non sono rari i casi di persone le quali, accompagnate negli uffici di Polizia per le più varie ragioni (dalla condizione di clandestinità o per un arresto o necessità di fotosegnalare il soggetto), si lascano andare a comportamenti disperati e autolesionistici (a volte, anche gravi e tali da mettere a rischio la loro vita), mettendo in seria difficoltà sia le forze dell’Ordine che il personale sanitario, eventualmente chiamato a intervenire.
Nella circostanza, il soggetto sarebbe stato filmato da un operatore di una pattuglia della Polizia di Stato, che (si è saputo più tardi) avrebbe condiviso tale comportamento con alcuni colleghi su di una chat WhatsApp.
Tra l’altro, tale filmato, che, per stessa ammissione del Ministero dell’Interno, avrebbe dovuto costituire un atto di Polizia Giudiziaria, sarebbe invece stato pubblicato sul web, tanto che la Polizia Giudiziaria non lo avrebbe acquisito dall’operatore medesimo, ma solo successivamente, scaricandolo dalla rete e inviandolo alla Magistratura.
Lasciamo a chi fosse interessato la lettura dei molteplici aspetti che riguardano la vicenda, per evidenziare quelli che riteniamo più importanti:
- non c’era (in realtà: non poteva esserci) alcuna autorizzazione alla condivisione del video su di una app di messaggistica, tra l’altro (aggiungiamo noi) gestita da un utente privato;
- il Garante ha comunque ritenuto che, stante la “straordinarietà dell’accaduto” (in realtà, accadono tutti i giorni eventi di questo tipo) e il fatto che i locali fossero privi di sistemi di videosorveglianza, era giustificabile “l’urgente acquisizione e registrazione audiovisiva di quanto stava accadendo mediante dispositivo privato di un agente di polizia”;
- non risultavano adottate misure tecnche e, soprattutto, impartite adeguate istruzioni al personale circa l’obbligo di rispettare la riservatezza dei dati personali (aggiungiamo: proteggere il segreto istruttorio, trattandosi di atti di Polizia Giudiziaria).
- la materia trattata non è il GDPR ma il D. Lgs.vo 51/18 circa il trattamento dei dati effettuato, per le finalità di polizia, da organi, uffici e comandi di Polizia.
Per quanto sopra, nonostante l’impegno successivo dimostrato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza per ridurre le conseguenze del danno e adottare misure adeguate in futuro, le conseguenze sono state rilevanti, con una sanzione di 50.000,00 Euro per il Ministero, ma soprattutto l’apertura di procedimenti penali e disciplinari dei quali non conosciamo l’esito.
Si è trattato di un comportamento superficiale dell’operatore, come risulta avrebbe ammesso egli stesso, che però, va detto, è da considerarsi tutt’altro che isolato.
Chi scrive, nell’incontrare operatori di Polizia ogni giorno, continua a ripetere di evitare la condivisione di immagini e documentazione attraverso l’uso di app private, non istituzionali, tra l’altro attravreso l’uso di smartphone altrettanto privati.
La questione non è secondaria. Da un lato, l’enorme diffusione degli strumenti digitali di condivisione dei dati costituisce uno strumento positivo, a volte fondamentale, dell’azione delle forze di Polizia (si pensi ad una segnalazione urgente da condividere su centinaia di apparati), dall’altro, il sostanziale monopolio privato dei medesimi strumenti e la mancanza di adeguata regolamentazione in un settore delicatissimo, come quello della limitazione della libertà individuale, pone sfide e interrogativi difficilmente risolvibili.
Ma la questione è ancora più ampia.
Affrontando il tema del controllo di vicinato previsto da varie normative regionali, chi scrive ha più volte affrontato il tema delle chat di messaggistica, sconsigliando fortemente l’utilizzo di app private e non istituzionali, dove (tra l’altro, per lungo tempo) si scambiavano e restavano registrati i commenti, i sospetti e le immagini scambiate dai cittadini che aderiscono al progetto, tra l’altro pure essendo privi di alcuna titolarità di Polizia Giudiziaria.
Articolo a cura di Aldo Agostini