La Rand Corporation ha reso pubblico uno studio (in inglese) sponsorizzato dallo United States Africa Command, nel quale analizza le caratteristiche dei 33 attacchi alle ambasciate statunitensi od occidentali, compiuti negli ultimi trenta anni (1979-2019).
Casi interessanti
Lo studio parte dall’anticipatorio e poco noto primo attacco all’Ambasciata USA di Teheran del 14 febbraio del 1979 e, tra gli altri, analizza anche il caso del notissimo caso della crisi dei 444 giorni, con il secondo attacco all’ambasciata USA di Tehran, nel corso del quale sono stati presi in ostaggio 52 diplomatici statunitensi, sequestreati il 4 novembre 1979 e liberati il 20 gennaio 1981.
Per quanto riguarda il nostro paese, è utile citare il caso dell’attacco al Consolato Italiano di Bengasi del 2006, a seguito dello scoppio del caso delle vignette danesi che ha infiammato tutto il mondo islamico, quando un ministro del Governo italiano ha indossato una maglietta con le caricature di Maometto.
In conseguenza, circa 1000 persone hanno attaccato il Consolato (vuoto) e lo hanno dato alle fiamme, nonostante il duro tentativo di repressione delle forze libiche, che hanno lasciato sul campo almeno 10 morti.
Solo per inciso, anche se al di fuori del tema delle ambasciate, ricordiamo che, sempre a Bengasi, il 12 gennaio 2013 un piccolo gruppo di jiadisti ha aperto il fuoco contro l’auto sulla quale viaggiava il Console Generale italiano, il quale è rimasto illeso grazie alla vettura blindata.
Per restare sul tema, la RAND segnala il caso dell’assalto al Consolato USA, sempre di Bengasi, del 2012, dove (commento nostro) si sono evidenziate delle carenze rilevanti, sia nelle misure passive che nelle risorse addette alla sicurezza e nell’azione di evacuazione degli interessati.
Statistiche
Lasciando al lettore la lettura delle casistiche, la RAND constata che la maggior parte degli attacchi è culminata in due ore, o meno, e oltre il 90% è culminata in sei ore o meno.
Tra l’altro, negli ultimi 10 anni la durata media degli attacchi è stata di 4,8 ore. La ricerca precisa che non è chiara la motivazione di tale prolungamento, che consente di sfruttare tempo prezioso per intervenire a protezione del sito e, soprattutto, del personale, ma va tenuto conto che, negli ultimi anni, le ambasciate occidentali sono state maggiormente protette con difese passive.
Le conseguenze
La RAND analizza le politiche americane in materia, ricordando i tre livelli:
1) Early Security Augmentation (Potenziamento precoce della Sicurezza);
2) Anticipatory Security Augmentation (Potenziamento anticipato della Sicurezza);
3) In Extremis Response (Intervento immediato).
Il senso di questi livelli è abbastanza intuibile (lasciamo ai lettori l’approfondimento), ma è invece importante segnalare che, anche se gli ultimi due sono direttamente di competenza del Dipartimento della difesa USA, la RAND riporta che, in nessun caso, l’intervento delle forze di risposta rapida è avvenuto prima del culmine della risposta.
Sempre il rapporto segnala, inoltre, che il personale dell’Ufficio per la sicurezza diplomatica, o altre forze che aumentano la sicurezza di routine e anche le forze di sicurezza locali hanno svolto un ruolo significativo nella difesa da molti degli attacchi.
Non a caso, proprio nel caso dell’assalto al Consolato USA di Bengasi già richiamato, si sono verificate entrembe le circostanze (mancato intervento delle forze di risposta rapida, nonchè intervento di aiuti non previsti da parte della CIA e finale aiuto di milizie esterne).
Quali strategie italiane
Anche se lo studio della RAND riguarda tutte le ambasciate occidentali, va detto che la situazione delle rappresentaze USA è nettamente differente da quelle italiane, per una evidente sovraesposizione americana.
Non a caso, infatti, l’unico caso nel quale è risultata coinvolta l’Italia è quello, richiamato sopra, dell’attacco al nostro Consolato di Bengasi dove un nostro Ministro italiano ha temporaneamente sovraesposto il nostro Paese, esponendolo a rischi simili a quelli USA.
Al riguardo, ricordiamo che, dal 2017 in poi solo l’Italia ha tenuto aperta una rappresentanza diplomatica in Libia quando, dall’ottobre dello scorso anno, si sono progressivamente aggiunte altre rappresentanze.
Anche in questo caso, la sicurezza esterna dell’Ambasciata è affidata a corpi o milizie non direttamente sotto il controllo del Governo di Tripoli che, come è noto, non dispone di risorse autonome. Pertanto, nonostante la nutrita presenza dei Carabinieri del Tuscania, è evidente che la protezione esterna è affidata alla rete delle relazioni locali, curata dal personale dell’AISE.
In primo luogo, quindi, la protezione è affidata alle pubbliche (e sotterranee) relazioni, nonchè è basata sull’autorevolezza costruita intorno alla rappresentanza diplomatica (anche se non sono mancati casi di sopravvalutazione del rischio, come nel caso di Nassiriya (anche se il targhet non era un’ambasciata).
Ma bisogna pensare anche alla difesa fisica vera e propria. Ovviamente, la protezione delle ambasciate italiane varia sensibilmente a seconda della situazione locale e le scelte vanno adattate alla situazione sul campo, ma è altrettanto certo che l’esperienza indica come impossibile o poco praticabile l’intervento di protezione dall’esterno con proprie forze nazionali.
Bisogna, perciò, affidarsi alla protezione delle forze locali e, se necessario, alle milizie presenti sul territorio.
Inoltre, possono contribuire in maniera rilevante l’impiego intelligente di sistemi di protezione passiva, tra le quali l’aumento delle recinzioni e delle blindature, la videosorveglianza, i fumogeni, le stanze blindate adatte ad assicurare una sopravvivenza per periodi non brevi e altri simili accorgimenti, a condizione che si pensino tali misure come trumenti utili a dare il tempo al Governo Italiano di imbastire una adeguata mediazione per l’intervento delle forze locali e/o lo sgombero del personale diplomatico.