Iniziamo oggi con il primo di una serie di articoli scritti da Aldo Agostini, dedicati all’impatto del rischio da terrorismo biologico, come conseguenza della pandemia da Covid-19 in Occidente
L’irrompere inspettato (ma non inatteso) della pandemia Covid-19 ha profondamente cambiato gli equilibri delle strategie del terrore.
Infatti, se il SARS Cov 2 non è un’arma biologica, nè il Covid 19 è il portato della volontà di alcuno nel diffondere il virus, sicuramente le paure e le conseguenze, non escluse quelle ispirate a teorie cospirazioniste, hanno prodotto effetti analoghi al terrorismo.
Precisiamo meglio: i terroristi hanno sempre cercato di sviluppare armi chimiche e biologiche, a volte con successo (qui, qui e qui), in altri casi fallendo l’obiettivo (qui, qui pag. 6 e qui) o svolgendo azioni dimostrative (qui).
In totale, dall’archivio del Progetto Start, sono conosciuti solo 37 casi di uso delle armi biologiche a fini terroristici, dal 1970 al 2018.
L’impatto delle armi biologiche
Nonostante il numero limitato di casi, va tenuto presente che esiste una larga differenza tra la potenziale, massiva, diffusiva e incontrollata letalità delle armi biologiche, protratta nel tempo, rispetto alla localizzazione degli effetti, ancorchè gravissimi, delle armi chimiche.
Infatti, le armi biologiche hanno la caratteristica (ripeto: potenziale) di potere espandere e replicare gli agenti infettivi ovunque, tra l’altro grazie a quantitativi minimi necessari per far partire il contagio.
Un altro aspetto raccapricciante delle armi biologiche è che il loro utilizzo non ha spesso l’obiettivo di una rapida mortalità (aspetto che rischia di impedire alla particella ospite di assicurarsi la sopravvivenza) ma, primariamente, di inabilitare, per un lungo periodo di tempo e in un’area non più localizzata, una grande massa di persone (e/o altri esseri viventi), intasare il sistema sanitario, nonchè compromettere la gestione della logistica e della produzione industriale del nemico, fino alla compromissione della tenuta politica e militare del paese.
Pertanto, le armi biologiche si differenziano (in termini generali) dalle armi chimiche, per lo più dirette ad uccidere o inabilitare rapidamente.
Il terrore
Rispetto agli obiettivi appena indicati, altra fondamentale caratteristica delle bioweapon che è quella di diffondere il TERRORE, cioè un ingrediente già normalmente previsto nelle guerre tra stati, che però, nel quadro asimmetrico dello scontro tra organizzazioni statuali e terroristiche, diventa ancor più fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi criminali.
Ovviamente, il terrore si può diffondere anche con altri strumenti, ma la possibilità che l’intera popolazione sia soggetta a terribili tormenti e pesanti conseguenze fisiche, rende le armi biologiche uno dei principali strumenti di guerra psicologica nei confronti del nemico.
Precisiamo meglio. Un’arma biologica può paralizzare un paese (anche di più, perchè non ci sono frontiere per il virus), ma questo richiede un grande dispendio di energie per la produzione e, come vedremo, l’utilizzo può prestarsi a conseguenze inaspettate. Invece, la semplice minaccia di applicarla può portare, comunque, a conseguenze potenzialmente molto dannose o paralizzanti, con una fatica molto limitata.
Ma allora perchè, fino ad oggi (rectius: fino al Covid-19), le bioweapon non sono state al centro delle paure e delle attenzioni dell’opinione pubblica?
I precedenti specifici
Se si riesaminano i casi di bioterrorismo già verificatisi, non esistono casistiche di utilizzo di armi biologiche che hanno portato a conseguenze durature e su larga scala. Si può affermare, quindi, che ad oggi gli obiettivi dei terroristi non sono stati realmente raggiunti.
Ovviamente, casi come gli attacchi della setta Rajneeshee o delle lettere all’Antrace (già richiamati nei link all’inizio dell’articolo) hanno preoccupato tutto il mondo, ma, in sostanza, gli effetti localizzati o limitati (ancorchè terribili) sono stati rapidamente dimenticati. Tanto che, fino a ieri, non era possibile parlare di un vero e proprio allarme sociale per il bioterrorismo.
Invece, le bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki, nonchè la Guerra Fredda e l’equilibrio del terrore, sono ben noti all’opinione pubblica per i terribili effetti effettivamente cagionati.
Quindi, questa ultima teme fortemente gli effetti del nucleare. Non a caso, i movimenti di contrarietà al nucleare hanno ben dimostrato in tutto il mondo la forte (aggiungerei: non completamente razionale) contrarietà dell’opinione pubblica (si vedano i referendum abrogativi in Italia –qui e qui– e la crisi degli euromissili).
Lo scoppio del Covid-19
Ma se, fino al 23 febbraio di quest’anno, il rischio di contagio biologico non spaventava granchè l’opinione pubblica, tutto è cambiato quando il primo di una lunga lista di DPCM chiudeva parzialmente il Nord Italia e, pochi giorni dopo, l’intera Nazione.
Dopo la Cina, per prima l’Italia, poi il resto dell’Europa e, successivamente, il mondo intero è precipitato nella spirale del Covid che tutti conosciamo.
Perchè il caso italiano e non, prima, gli avvenimenti in Cina, hanno innescato un vero e proprio allarme mondiale nelle opinioni pubbliche?
La ragione è che la Cina era già stata l’origine di numerose epidemie (H5N1-Aviaria, SARS, Peste Suina, qui uno studio che mostra l’elevata criticità del Sud della Cina) e l’allarme (in realtà elevato tra gli addetti ai lavori) non aveva sollevato grandi preoccupazioni al di fuori delle regioni colpite. Intendiamoci bene: sul momento si è diffusa molta preoccupazione, ma poi la gente comune non si è più preoccupata.
In sostanza, il fatto che queste epidemie (differenti tra loro sia nella natura, che nelle conseguenze ed effetti) siano state contenute e localizzate, non ha fatto scattare un allarme generalizzato per il futuro.
Così, a forza di parlare del lupo, quando, fine dicembre scorso, si è saputo di una nuova tipologia di polmonite atipica, nessuno si è realmente preoccupato, nonostante l’OMS avesse, già molto tempo prima, lanciato un serio allarme sul Coronavirus e altre tipologie di virus e, a dopo il primo di una serie di bollettini, ha elevato il rischio alto a livello mondiale, già il 23 gennaio scorso.
Il secondo articolo della serie proseguirà con: “Epidemie e armi batteriologiche”
Si veda il secondo articolo, pubblicato il 21.12.20 [n.d.r.]
N.b.: articolo aggiornato il 23.12.20 [n.d.r.]